Il mio compito è di parlare delle opere di Taglioni, di Taglioni come creatore di pittura e poi anche come intellettuale che riflette sui grandi temi dell'arte attraverso i secoli e soprattutto attraverso il Novecento. Lo vedete, in questa mostra egli restituisce appieno il carattere della sua ricerca. È un pittore pittore, che non si stacca un attimo dalle forme restituite in questa selezione di opere, in questo ritmo avvolgente che lo spazio espositivo, in questa sua circolarità non solo virtuale ma reale, ci permette di cogliere, e che ci restituisce – anzitutto nella sua partenza, nei suoi quadri iniziali di questo ciclo – il suo amore per la materia pittorica e per il paesaggio, anche se poi il paesaggio è un'immagine che si scioglie e si amplifica e si smarrisce nelle ritmiche del colore e del segno. Tuttavia, nel Novecento, il paesaggio ha avuto uno strano destino, quello di essere quasi destituito di senso dalle avanguardie pittoriche; ma esso è comunque sempre presente, anche come termine di negazione. Ed è un paesaggio dinamico, fluente, stratificato in maniera ossessiva da parte di Taglioni.
Egli riprende tutta la lezione degli artisti che forse ha amato di più, da Kandinskij a Delaunay, oppure lo stesso Severini. Una frenesia del colore che non sta mai fermo e che c'induce al movimento. Sicché la velocità del gesto spesso vuol significare proprio un invito al nostro sguardo a penetrare tutta una serie di percorsi che non sarebbero visibili all'istante, quindi una pittura che si dà in modo esplicito, in questa ginnastica, in questa forzatura, in questa intersecazione di piani, di forme, di colori, di gesti. Ma questa pittura chiede una grande attenzione perché tutto ciò che si vede ha bisogno di tempo, quel tempo che Taglioni ritiene importante nella storia della pittura, quel tempo che non è solo il suo tempo di esecuzione, in quanto molte opere hanno bisogno di infiniti passaggi, infinite attese, stesure, ma anche il tempo di chi guarda, non quello di chi è abituato a carpire e volare via. Qui, invece, si tratta di entrare nella tessitura, spesso miniaturizzata di segni e anche segni che si distanziano dal fondo, segni che lavorano sulla superficie, segni che galleggiano nel bianco e che richiamano l'idea del vuoto, ma c'è in Taglioni anche la capacità di riempire, di fare in modo che la superficie sia moltiplicata, densa, estremamente ricca di vibrazioni pittoriche. Quindi la materia pittorica: al di fuori di essa non esiste altro per Taglioni.
Ma questi processi logici sono quasi allontanati, lo vedremo commentando alcune idee del libro di Taglioni, dove si dice qualcosa della logica, dell'istinto, dell'immediabile, della ragione. La logica può arrivare fino a un certo punto, la logica ci può condurre a avere un controllo dei materiali? Non c'è padronanza, una capacità di scegliere determinate strutture morfologiche. Sembra quasi che in queste opere Taglioni ci consegni il respiro, il battito, il ritmo di quella che è la sua tensione espressiva. E lo fa con una attenzione notevole alla leggerezza: delle forme, delle cangianze, della tavolozza, con queste rincorse inafferrabili per cui un segno non si sa dove porta perché ce n'è subito un altro a sconvolgere un supposto piano d'azione, e quindi è effettivamente una trasformazione che queste opere ci consegnano, tolta dall'idea di mutevolezza che spesso Taglioni ha visto nei suoi riferimenti alla grande pittura italiana del primo Novecento, con Boccioni, Severini, Prampolini. È la pittura che non arresta mai il suo movimento, nel cogliere la vita, nel cogliere il divenire. Questi termini sarebbero poco se non fossero sostenuti, come fanno tutti i pittori della sua generazione, dalla capacità di andare avanti. Perché tutti possono dire che la pittura ha avuto il suo corso, ha già messo in moto tutta una serie di trasformazioni e quindi oggi non è più possibile dipingere.
No, Taglioni – e in questo io lo sostengo – è un artista che dimostra come la pittura non può esaurirsi in quanto non si esaurisce la necessità di porsi di fronte a una superficie, di segnarla, di farla vivere in un modo differente, di uscire dall'imbarazzo del bianco, del vuoto. Credo che quel paesaggio di cui si parlava all'inizio poi si trasforma in questa trama, in questa stratificazione di sensi, in questi segmenti spezzati e comunque intrecciati l'uno all'altro. Questa è la qualità della pittura, in Taglioni c'è un forte interesse verso la pittura come scrittura, lo si vede in alcuni dipinti dove ci sono tracce di scrittura, di geroglifici, di valenze grafiche poste in relazione con tutto il resto. Sì, la scrittura è questo, ma per Taglioni la scrittura è anche il segno “puro”, non soltanto l'apparizione di una lettera o un ritaglio di parola, ma anche il segno, che ha il valore di una pagina scritta continuamente; per esempio, la serie di carte presente in questa mostra sembra proprio ricondurci alla pagina scritta, alla pagina cromatica, che l'artista, volta per volta, quotidianamente produce, per trovare una continuità, un filo ininterrotto, e quindi la tessitura, la stratificazione, il dinamismo, e sopra tutto il piacere del colore, che si dà nella sua lucentezza, nel suo essere un colore calorico, mai freddo se non in alcuni fondi grigi di opere alle mie spalle, però è sempre l'attività continua del colore. Perché il colore è la cosa che meglio “conosciamo”, ma di cui non sappiamo bene tutte le possibilità, e allora il pittore non si lascia condizionare dal fatto che il colore ha una storia lunghissima che affonda nella storia della pittura antica.
Il colore è ancora nostro, è ancora qui, nell'attualità, nei nostri sogni. Il colore è quotidiano, è il corpo, è la pelle. Taglioni lo fa diventare un momento di appropriazione del proprio limite corporale che si espande e che diventa la sostituzione di ciò che la pittura non può fare, sicché la pittura ha anche a che fare con il corpo che la dipinge. I gesti di Taglioni sono questi, sono gesti inconfondibili. Ora, dire che l'automatismo del segno è un gesto inconfondibile significa che per ogni autore del Novecento, e anche prima del Novecento, ha attuato questa tematica di un gesto veloce, rapido, che segna, che graffia e che slitta via, questo segno ha un'originalità che non può essere assolutamente paragonata ad altri. Quindi, l'infinita storia dei segni è presente in Taglioni, così come è presente l'infinita storia di tutti i linguaggi pittorici. C'è solo un momento rispetto al quale ho avuto con Taglioni alcune discussioni e alcuni dissensi ed è quello dell'immagine digitale, in quanto strutturalmente ho sempre dato a questa soluzione un valore negativo, cioè ho sempre preferito la pittura dipinta alla pittura riprodotta attraverso un mezzo meccanico, per quanto raffinato tecnologicamente.
Taglioni mi ha fatto capire, credo, non ne sono ancora del tutto convinto, che l'importanza dell'immagine digitale è quella di provare a vedere la pittura dal di fuori, vale a dire non più la pittura dipinta ma un altro mezzo che legge la sua pittura nella registrazione meccanica dell'immagine, per farla vedere secondo una pellicola e una soglia diversa. Posso dire che quella pittura digitale è una pittura che non ha più materia, Taglioni può dire che è la materia del digitale. Posso dire che la materia del digitale non mi dà quel piacere, quell'emozione, quella capacità di avvertire i passaggi tra un colore e l'altro e Taglioni può dire che questo è un problema superato; e forse alla fine ho ragione io perché Taglioni poi continua a dipingere, non si è totalmente dedicato al superamento del fatto pittorico con il digitale, ma ha sempre la necessità di confrontarsi con il pigmento, con l'acquarello, con la tempera, con l'olio, con tutte le strategie minime tecniche che fanno la pittura, senza la quale si può dire tutto e il contrario di tutto; non si può certo simulare la pittura con altro da sé, altrimenti è un'altra questione, cioè quella dell'immagine digitale in generale.
Poi c'è l'aspetto grafico, che Taglioni propone soprattutto nelle opere di questo momento, la raffinatezza dell'incastro tra colore e segno, segno grafico tagliente, e anche questo è un aspetto che gli deriva dal suo interesse verso determinati linguaggi del digitale. Li apprezzo soprattutto per il loro valore compositivo, in quanto Taglioni sa trovare l'equilibrio di tutte queste componenti. Non è una cosa semplice lavorare al tempo stesso con le forme informi e con le forme geometriche, riuscire a congiungerle e a farle diventare un elemento unitario. Quel paesaggio che inizialmente si dava nelle sue fluenze, sicché noi potevamo vedere un orizzonte, ritorna quasi ossessivamente scarnificato, frammentato, frazionato in una serie di impulsi, che sono sempre quelli del paesaggio, è come se l'occhio entrasse nella vibrazione del colore, è come se da una condizione di distanza attraverso la quale si vede il paesaggio, l'artista potesse fare un'immersione nel paesaggio, quasi un tuffo dentro le sue fibre, dentro le fibre di questo colore che egli sa gestire molto fortemente, con grande sensibilità. Accanto a questo pianeta che potremmo chiamare astratto, potremmo chiamare naturalismo lirico, pittura gestuale, pittura che raccoglie in sé stimoli geometrici e informali – ma definire la pittura è spesso solo un problema dei critici, non certo degli artisti che la fanno – accanto a questo c'è l'attività che ho scoperto più recentemente di Taglioni teorico.
Leggendo il suo libro
, che adesso vi presenterà il professor , ho ricavato alcuni punti che servono alla pittura perché questo libro è un labirinto straordinario di tematiche che vanno anche verso altri orizzonti di riflessione, però ci sono alcuni momenti in cui questo libro serve anche per leggere la pittura di Taglioni soprattutto quando egli confuta alcuni luoghi comuni come quello di una tecnica pittorica “come delizia del tatto”; questo concetto, non condiviso dall'Autore, si annoda a quello dell'idea del rapporto tra superficie e profondità in pittura, ritenendola un'ideologia che appartiene più o meno a tutta l'arte recente; e non ultimo il concetto di trasparenza come sostanza, o il concetto di pittura animata attraverso le cangianze, o la pittura come pelle, tutte problematiche teoriche affrontate nel libro in questione. Soprattutto c'è un punto che vorrei sottolineare quando dice che il colore non si presta all'ideologia, nonostante il tentativo di attribuire un colore a un colore. Questo aspetto, che può sembrare difficile, sottolinea fortemente che la pittura non ha bisogno di altri sostegni se non dei suoi stessi mezzi, e che quindi non si può leggere la pittura attraverso un sistema di interpretazione estraneo ai suoi materiali, la pittura va sempre letta come un farsi che trova le sue ragioni nelle problematiche che il pittore sa, che noi vorremmo sapere e che i critici spesso non sanno. Io mi sforzo di conoscere questi aspetti, è proprio il punto, il colore, che non è ideologia del colore, ma avventura, enigma, proprio per questo Taglioni non crede alla logica cromatica come qualcosa di quantificabile, di numerabile; lui dice che il colore non è semiotizzabile, usando un termine apparentemente difficile, il colore non è scientifico, per il pittore il colore è soffio, desiderio di straripare, di andare oltre, non è soltanto lo studio scientifico delle sue proprietà chimiche, luminose, questo va da sé.
Per Taglioni il colore è continua invenzione e la materia del colore è ciò che più lo interessa, forse è ciò che più gli rende difficile la giornata, quando non riesce a andare avanti su un certo problema, ma è anche la felicità di andare avanti, e la vita di ogni pittore è una quotidiana ricerca. Non dobbiamo pensare che un pittore entra nell'atelier e realizza, un pittore entra nell'atelier e cerca, entra nella crisi, trova quella determinata luce, quel gesto che egli restituisce nell'opera, nell'autenticità. Questa è la forza della pittura, autentica, che non soggiace alla moda, all'epoca, è un linguaggio antico capace di attraversare i secoli e di non essere messo da parte. Nessuno può permettersi di mettere da parte la pittura, nessuno può dichiararla morta. Sono tutte problematiche estranee alla logica del pittore e questa mostra, con questo allestimento così ben calibrato e ritmicamente ben distribuito, con questa sequenza di immagini che sembrano costituire un'opera unica, un unicum, credo che ciò sia evidente e credo che voi siate fortunati ad avere questa occasione di incontrarvi con la pittura di Taglioni.